INTERVISTA AL DOTT. RICCARDO GOBBI
Laureato in Medicina e Chirurgia presso l’Università degli Studi di Bologna, il Dott. Riccardo Gobbi successivamente ha conseguito la specializzazione in Otorinolaringoiatria. Specialista in disturbi respiratori del sonno, è Membro dell’Associazione Italiana Medicina del Sonno (AIMS) ed altre in ambito internazionale. Il suo principale campo di studio e ricerca è quindi il russamento e le apnee ostruttive nel sonno, sia nei pazienti adulti che pediatrici, con particolare attenzione alla Sleep Endoscopy e Chirurgia robotica. Si occupa inoltre di faringiti, sinusiti, otiti, patologia delle ghiandole salivari, patologia oncologica testa e collo, sindromi vertiginose ed acufeni.
L'importanza del riposo: oltre le otto ore
Dott. Gobbi, spesso si ha l'impressione che nella società frenetica di oggi il riposo sia considerato un lusso superfluo. Qual è la reale percezione del sonno in ambito clinico?
È proprio così. Nella società contemporanea il sonno è sottovalutato; potremmo definirlo la “Cenerentola” delle problematiche di salute. Dedichiamo un’attenzione meticolosa a ciò che accade durante il giorno, alla salute cardiologica, respiratoria o neurologica, ma trascuriamo quel terzo della nostra vita che trascorriamo dormendo. In realtà, quelle otto ore non sono tempo perso, ma un pilastro fondamentale per il benessere complessivo dell’organismo.
Quali sono le conseguenze immediate e a lungo termine di una cattiva qualità del sonno?
Sappiamo tutti che dopo una “notte in bianco” ogni attività diventa faticosa. Dal punto di vista cognitivo subiamo un rallentamento evidente e una riduzione dei riflessi. Non è un caso che una quota significativa di incidenti stradali sia causata dalle apnee ostruttive e dalla conseguente frammentazione del riposo. Ma c’è di più: il sonno incide profondamente sul decadimento cognitivo. Studi recenti dimostrano una correlazione stretta tra disturbi del sonno e l’insorgenza o il peggioramento di patologie neurodegenerative come Parkinson, Alzheimer e varie forme di demenza. Anche il sistema cardiovascolare ne risente: ipertensione, aritmie e fibrillazione atriale trovano spesso una causa scatenante proprio nei disturbi notturni.
Quali sono i disturbi più frequenti che riscontrate nella pratica clinica?
L’insonnia è senza dubbio il più noto: difficoltà ad addormentarsi, risvegli precoci o frequenti. Quasi tutti ne soffriamo in determinati periodi della vita, ma quando cronicizza diventa una vera patologia. Al secondo posto per prevalenza troviamo i disturbi respiratori: il russamento e le apnee notturne. La sfida qui è la consapevolezza: il paziente spesso non si accorge di smettere di respirare. Magari avverte sonnolenza diurna o stanchezza cronica, ma è chi dorme accanto a lui a notare i segnali d’allarme: un russamento intenso interrotto da pause respiratorie di 10, 15 o anche 20 secondi. Queste pause terminano con un rumore forte, lo “sblocco”, che avviene quando il cervello si accorge della mancanza di ossigeno e forza il respiro. Se questo ciclo si ripete ogni notte, i danni all’organismo si accumulano progressivamente.
L'iter diagnostico: a chi rivolgersi?
Molti pazienti si sentono smarriti di fronte a questi sintomi. Qual è l'iter diagnostico corretto e a quale specialista bisogna affidarsi?
Questa è una domanda cruciale. Storicamente, del sonno si sono occupati neurologi, pneumologi o otorinolaringoiatri, il che può disorientare il paziente. Oggi però la medicina sta evolvendo verso un approccio di precisione e personalizzato. Il punto non è “da quale branca partire”, ma assicurarsi di consultare un medico esperto in Medicina del Sonno. È necessaria una visione multidisciplinare, non una valutazione isolata del singolo specialista che propone solo la terapia che conosce meglio.
La Polisonnografia e la "carta d'identità" del sonno.
Come avviene, concretamente, la valutazione tecnica del sonno? È un processo invasivo?
Assolutamente. Il primo passo è la visita clinica, seguita da un esame strumentale chiamato polisonnografia. Grazie alle tecnologie attuali, è un esame molto semplice: il paziente indossa un piccolo dispositivo e dorme comodamente nel proprio letto. Lo strumento registra una serie di parametri che, una volta analizzati dal medico, forniscono una vera “carta d’identità” del sonno. Grazie a questi dati, sappiamo esattamente se il paziente soffre di apnee, quanto sono gravi, e se si manifestano in posizioni specifiche (ad esempio solo supini) o in fasi particolari, come la fase REM.
Una volta ottenuta questa "carta d'identità", come si procede per la cura?
Incrociamo i dati strumentali con l’anatomia del paziente. Spesso l’ostruzione è di natura anatomica: le vie aeree (naso, gola, faringe, laringe) possono avere una conformazione che ne riduce la pervietà durante il riposo. Dobbiamo capire se si tratta di un problema statico o dinamico. Una volta individuata la causa esatta, possiamo proporre la cura migliore tra le diverse opzioni disponibili, che possono essere singole o combinate, per restituire al paziente la qualità di vita che merita.
Domenico Chiericozzi © RIPRODUZIONE RISERVATA
Studi recenti dimostrano una correlazione stretta tra disturbi del sonno e l’insorgenza o il peggioramento di patologie neurodegenerative come Parkinson, Alzheimer e varie forme di demenza.
I disturbi più frequenti: insonnia, il russamento e le apnee notturne.
Per ottenere la propria “carta d’identità del sonno” il primo passo è la visita clinica, seguita da un esame strumentale chiamato polisonnografia., non invasivo, che si svolge comodamente a casa.
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